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Elaborare uno stile personale per una pratica efficace di Business Coaching

Elaborare uno stile personale per una pratica efficace di Business Coaching

ORIENTARSI TRA I DIFFERENTI APPROCCI TEORICI  NEL COACHING

 

“Il coaching può essere considerato un processo di sviluppo delle persone che richiede una interazione strutturata e focalizzata e l’ utilizzo di strategie tecniche e strumenti  appropriati per attivare un cambiamento desiderato e sostenibile per il benefici del coachee e potenzialmente di altri stakeholders”.[1]

In quest’ ultimo decennio il coaching è stato riconosciuto come un approccio di valore per aumentare risultati, performance, benessere sia negli individui che nelle organizzazioni. Le organizzazioni hanno iniziato ad utilizzarlo per molteplici target di popolazioni e differenti scopi, il numero dei coach è aumentato esponenzialmente ed il mercato di riferimento di questo servizio è stato contraddistinto da una forte evoluzione. Da una iniziale forte preponderanza di percorsi one to one di executive coaching, si è assistito più recentemente, sia all’estero che in Italia, alla diffusione di altre modalità di erogazione del servizio quali  il team coaching, il group coaching , le formule blended tra formazione manageriale e coaching one to one che hanno acquisito una rilevanza maggiore e rappresentano dalle ultime ricerche il trend crescente nel mercato del coaching.[2]

Parallelamente a questa evoluzione della domanda e dell’ offerta dei servizi di coaching si sono moltiplicate negli ultimi anni iniziative anche di stampo internazionale che vanno nella direzione di attivare e sostenere la “professionalizzazione” di un mestiere nato dalla diffusione di  “pratiche efficaci”.

I coach sono persone che approdano alla professione avendo una base di know – how e di esperienza variegate, che hanno spesso maturato esperienze in ambiti differenti, dallo sport alla psicoterapia, e che seguono approcci teorici differenziati. Ad un osservatore superficiale potrebbe apparire che l’unica cosa che accomuni i coaching practitioners sia la capacità di attivare ed abilitare un cambiamento nei loro clienti.

Per provare ad individuare e meglio definire una base di riferimento teorica ed approcci di intervento condivisi e riconosciuti a livello internazionale, molteplici sono le iniziative portate avanti dalla comunità di professionisti, accademici e non a livello internazionale.

“Molteplici discipline ed aree di conoscenza contribuiscono a definire l’ emergente knowledge base del coaching. Tra queste si annoverano il management, la formazione, le scienze sociali, la filosofia e la psicologia. All’ interno di ognuna di queste ben definite aree di competenza e conoscenza si possono riconoscere differenti scuole, tradizioni, approcci. Ognuna contiene le sue assunzioni di base riferite alla natura dell’ essere umano, al come gli individui crescono e cambiano e a come questo processo di cambiamento possa essere facilitato e supportato. Tutti questi approcci potenzialmente arricchiscono la knowledge base del coaching. D’altra parte la loro diversità può essere confusiva, soprattutto per coloro che si affacciano a questo ambito per la prima volta.  All’ interno della stessa psicologia per esempio, ci sono differenze significative tra gli approcci esistenzialisti e le metodologie solution- focused o tra l’ approccio psicodinamico e quello transpersonale.  Coach che si sono formati originariamente in differenti ambiti di conoscenza e di pratica, e che quindi sono stati formati in base a differenti tradizioni ed approcci possono dissentire profondamente in merito alle proprie filosofie e pratiche di coaching. Quando si fa riferimento al coaching ognuna di queste discipline e scuole di pensiero sembra avere assunzioni di base significativamente differenti, non solo rispetto al significato del coaching ma anche rispetto a che cosa sia utile esplorare e presidiare nel corso del coaching stesso”.[3]

In questo panorama molteplici sono le sfide che si pongono ai professionisti del coaching, chiamati a garantire sempre più l’efficacia del proprio servizio e la qualità offerta ad un mercato competitivo e variegato.

I coach oggi, sia coloro che si affacciano a questo settore che coloro che hanno già maturato una significativa esperienza sono chiamati a farsi le seguenti domande:

  • Quale approccio metodologico teorico è conveniente seguire per garantire l’ efficacia del proprio servizio in ogni contesto ?
  • Quali ambiti di conoscenza è più significativo approfondire per mantenere aggiornata la propria “cassetta degli attrezzi”?
  • Come attivare un meccanismo che abiliti il “continuo sviluppo” della mia professionalità ?

Il contributo di questo articolo vuole essere nell’ attivare e sostenere una riflessione critica rispetto agli approcci esistenti alla pratica di coaching ed alla individuazione di quelli che possono essere adottati con maggiore successo ed efficacia del singolo coach in considerazione del proprio target di riferimento.

Il coaching si sta evolvendo e, ad esempio, in Italia si giungerà a breve alla definizione di standard professionali univoci equiparabili alla normativa UNI –ISO aziendale [4] che disciplineranno l’accesso alla professione di coach e la verifica di standard di qualità   nell’ erogazione del servizio. Il coaching non può più essere considerato solo una disciplina a-teoretica che si fonda sul buon senso e sull’ intuito del coach o sulle buone pratiche nell’ utilizzo di molteplici strumenti.

E’ importante che in ogni coach, attento alla qualità del suo servizio e autenticamente interessato alla propria continua crescita professionale, si evolva la consapevolezza sia di quali possano essere le basi e le fondamenta teoriche più adatte a supportare le sue buone pratiche che di quali possano essere ulteriori fonti di approfondimento per ampliare le sue competenze e conoscenze utili per il proprio target di clienti.[5]

USARE UN APPROCCIO TEORICO O SCEGLIERE LA STRADA DELL’ ECLETTISMO?

Un tra le scelte più importanti che un Coach si trova ad affrontare nel suo percorso di formazione ed di professionalizzazione è quella tra  l’ adozione di un unico modello di riferimento teorico per guidare e monitorare la sua pratica ( ad esempio l’ Analisi Transazionale o la PNL) o la scelta di individuare un suo stile, una sua personale cassetta degli attrezzi di derivazione plurima, da utilizzare in base alle situazioni ed ai contesti in cui sarà chiamato ad offrire il suo servizio di coach.

Il dibattito è aperto rispetto a quale delle due opzioni sia maggiormente correlata all’ efficacia del coaching proposto e alla professionalità dimostrata dal coach nel suo lavoro.

Entrambe le opzioni presentano implicazioni positive ed aspetti di criticità da gestire, si tratta di scegliere tra la profondità della conoscenza di un approccio e la ampiezza di prospettive, approcci e tecniche da usare in modo alternativo nella propria pratica.

Da un lato si potrebbe argomentare infatti che usare tecniche e procedure di una unica scuola di pensiero, abilita il coach ad operare ad una maggiore profondità di comprensione e che la coerenza dell’ approccio permette di sviluppare delle routine nell’esperienza del cliente, in modo che possa lavorare insieme al coach nell’ applicazione del modello. Allo stesso modo si potrebbe argomentare che un approccio basato su un unico modello filosofico teorico sia incompatibile con la varietà delle esigenze e delle capacità di ricezione dei clienti; che un portafoglio più ampio di possibili risposte e metodi da parte del coach permetta una maggiore flessibilità per definire approcci specifici in base ai singoli coachee.

Da quest’ ultima prospettiva i coach che seguono un unico approccio sono inevitabilmente più coach- centrici  (e meno cliente-centrici) , in quanto le assunzioni del coach in riferimento ad un problema ed al processo per attivare una soluzione creano una cornice alle conversazioni di coaching. All’ altro estremo, un eccesso di ampiezza – il conoscere poco di molteplici approcci- può essere altrettanto discutibile qualora il coach sia in grado di usare gli stessi solo ad un livello superficiale.

Non ci sono conclusioni semplici a questo dibattito, ma noi crediamo nel valore di un approccio ben formulato che incorpori uno, due o tre prospettive teoriche le cui assunzioni di base non siano tra loro contrastanti. Questo tipo di solida base filosofica potrebbe rappresentare un passo in una direzione differente rispetto ad altre varie e ben consolidate prospettive sul coaching. Potrebbe infatti consentire  un “eclettismo controllato” in riferimento a tecniche, strumenti e conoscenze che offrono diversi approcci.

Ad un livello più pragmatico, ci sono alcuni suggerimenti per un coach che  desidera sperimentare o utilizzare  tecniche e strumenti mutuati da altre discipline:

  • Utilizza solo quello che conosci dal dentro: prima pratica, se necessario su te stesso
  • Abbine molteplici, in modo da non offrire “una soluzione in cerca di un problema”
  • Esplicita l’ intenzione del coach di utilizzare una determinata tecnica: applicale con il cliente e non sul cliente
  • Osserva e rifletti sulla pratica nell’ utilizzo dello strumento per verificare i risultati e le possibili alternative per migliorare l’efficacia nell’ utilizzarlo

In conclusione, molti esperti di formazione al coaching appaiono concordi nel suggerire ai coach di sviluppare la loro personale “arte del coaching” elaborando un approccio personale ed autenticamente derivante dalla elaborazione delle proprie esperienze ed  apprendimenti. Solo questo approccio può consentire  di ritagliare la propria offerta di servizi sulle specifiche esigenze e caratteristiche del cliente e del contesto in cui si opera.

Ancor più concordi appaiono gli esperti nell’ indicare la self reflective practice e la supervisione come le due leve attraverso le quali i coach possono condurre questo percorso di apprendimento, orientamento e miglioramento continuo.

La prima rappresenta infatti la capacità strutturata e consapevole di riflettere sulla propria pratica per derivarne apprendimenti e miglioramento e deve essere allenata sin dagli inizi del proprio percorso di apprendimento come coach.

La seconda, la supervisione, è invece rappresentata da percorsi in cui il coach viene affiancato da un supervisore anch’esso coach e specializzato in supervisione alla pratica che lo aiuta nel gestire affrontare o rielaborare situazioni critiche.

La supervisione sempre più viene ritenuta una pratica necessaria per coach professionisti, in quanto permette al coach di ampliare la sua consapevolezza e  le sue prospettive in merito al come gestire situazioni critiche o valorizzare le sue buone pratiche[6].

[1]The complete Handbook of coaching,” Bachkirova T., Cox E., Clutterback D. SAGE 2009

[2]L’evoluzione del coaching nelle Organizzazioni”  C. Achilli, E. Del Pianto, S. Dini, R. Montalbano, A. Pane, G. Pappalepore, C. Rizzo, F. Setti; Roma, 3° Congresso Internazionale di Coaching Psychology 2013 (16 &17 Maggio 2013).

[3]The complete Handbook of coaching,” Bachkirova T., Cox E., Clutterback D. SAGE 2009

[4] In base alla Legge 4/ 2013 sulle professioni non ordinistiche,  è stato attivato dal  Ministero dello Sviluppo Economico un tavolo di discussione con le principali associazioni professionali di coaching presenti in Italia per la definizione di standard professionali che abilitino la comparazione tra profili di professionalità e la valutazione ed il monitoraggio  di requisiti di qualità nella erogazione del servizio di coaching.

[5] Per approfondimenti si confrontino i riferimenti bibliografici citati.

[6] Per approfondimenti si vedano le recenti indicazioni delle principali Associazioni del settore (ICF , WABC, ISCP, EMCC) che suggeriscono fortemente ai coach professionisti di attivare costantemente percorsi di supervisione alla pratica e richiedono ai Supervisori di effettuare specifici percorsi di specializzazione e certificazione per offrire consapevolmente ed efficacemente il servizio di supervisione.

“Il coaching può essere considerato un processo di sviluppo delle persone che richiede una interazione strutturata e focalizzata e l’ utilizzo di strategie tecniche e strumenti  appropriati per attivare un cambiamento desiderato e sostenibile per il benefici del coachee e potenzialmente di altri stakeholders”.[1]

In quest’ ultimo decennio il coaching è stato riconosciuto come un approccio di valore per aumentare risultati, performance, benessere sia negli individui che nelle organizzazioni. Le organizzazioni hanno iniziato ad utilizzarlo per molteplici target di popolazioni e differenti scopi, il numero dei coach è aumentato esponenzialmente ed il mercato di riferimento di questo servizio è stato contraddistinto da una forte evoluzione. Da una iniziale forte preponderanza di percorsi one to one di executive coaching, si è assistito più recentemente, sia all’estero che in Italia, alla diffusione di altre modalità di erogazione del servizio quali  il team coaching, il group coaching , le formule blended tra formazione manageriale e coaching one to one che hanno acquisito una rilevanza maggiore e rappresentano dalle ultime ricerche il trend crescente nel mercato del coaching.[2]

Parallelamente a questa evoluzione della domanda e dell’ offerta dei servizi di coaching si sono moltiplicate negli ultimi anni iniziative anche di stampo internazionale che vanno nella direzione di attivare e sostenere la “professionalizzazione” di un mestiere nato dalla diffusione di  “pratiche efficaci”.

I coach sono persone che approdano alla professione avendo una base di know – how e di esperienza variegate, che hanno spesso maturato esperienze in ambiti differenti, dallo sport alla psicoterapia, e che seguono approcci teorici differenziati. Ad un osservatore superficiale potrebbe apparire che l’unica cosa che accomuni i coaching practitioners sia la capacità di attivare ed abilitare un cambiamento nei loro clienti.

Per provare ad individuare e meglio definire una base di riferimento teorica ed approcci di intervento condivisi e riconosciuti a livello internazionale, molteplici sono le iniziative portate avanti dalla comunità di professionisti, accademici e non a livello internazionale.

“Molteplici discipline ed aree di conoscenza contribuiscono a definire l’ emergente knowledge base del coaching. Tra queste si annoverano il management, la formazione, le scienze sociali, la filosofia e la psicologia. All’ interno di ognuna di queste ben definite aree di competenza e conoscenza si possono riconoscere differenti scuole, tradizioni, approcci. Ognuna contiene le sue assunzioni di base riferite alla natura dell’ essere umano, al come gli individui crescono e cambiano e a come questo processo di cambiamento possa essere facilitato e supportato. Tutti questi approcci potenzialmente arricchiscono la knowledge base del coaching. D’altra parte la loro diversità può essere confusiva, soprattutto per coloro che si affacciano a questo ambito per la prima volta.  All’ interno della stessa psicologia per esempio, ci sono differenze significative tra gli approcci esistenzialisti e le metodologie solution- focused o tra l’ approccio psicodinamico e quello transpersonale.  Coach che si sono formati originariamente in differenti ambiti di conoscenza e di pratica, e che quindi sono stati formati in base a differenti tradizioni ed approcci possono dissentire profondamente in merito alle proprie filosofie e pratiche di coaching. Quando si fa riferimento al coaching ognuna di queste discipline e scuole di pensiero sembra avere assunzioni di base significativamente differenti, non solo rispetto al significato del coaching ma anche rispetto a che cosa sia utile esplorare e presidiare nel corso del coaching stesso”.[3]

In questo panorama molteplici sono le sfide che si pongono ai professionisti del coaching, chiamati a garantire sempre più l’efficacia del proprio servizio e la qualità offerta ad un mercato competitivo e variegato.

I coach oggi, sia coloro che si affacciano a questo settore che coloro che hanno già maturato una significativa esperienza sono chiamati a farsi le seguenti domande:

  • Quale approccio metodologico teorico è conveniente seguire per garantire l’ efficacia del proprio servizio in ogni contesto ?
  • Quali ambiti di conoscenza è più significativo approfondire per mantenere aggiornata la propria “cassetta degli attrezzi”?
  • Come attivare un meccanismo che abiliti il “continuo sviluppo” della mia professionalità ?

Il contributo di questo articolo vuole essere nell’ attivare e sostenere una riflessione critica rispetto agli approcci esistenti alla pratica di coaching ed alla individuazione di quelli che possono essere adottati con maggiore successo ed efficacia del singolo coach in considerazione del proprio target di riferimento.

Il coaching si sta evolvendo e, ad esempio, in Italia si giungerà a breve alla definizione di standard professionali univoci equiparabili alla normativa UNI –ISO aziendale [4] che disciplineranno l’accesso alla professione di coach e la verifica di standard di qualità   nell’ erogazione del servizio. Il coaching non può più essere considerato solo una disciplina a-teoretica che si fonda sul buon senso e sull’ intuito del coach o sulle buone pratiche nell’ utilizzo di molteplici strumenti.

E’ importante che in ogni coach, attento alla qualità del suo servizio e autenticamente interessato alla propria continua crescita professionale, si evolva la consapevolezza sia di quali possano essere le basi e le fondamenta teoriche più adatte a supportare le sue buone pratiche che di quali possano essere ulteriori fonti di approfondimento per ampliare le sue competenze e conoscenze utili per il proprio target di clienti.[5]

USARE UN APPROCCIO TEORICO O SCEGLIERE LA STRADA DELL’ ECLETTISMO?

Un tra le scelte più importanti che un Coach si trova ad affrontare nel suo percorso di formazione ed di professionalizzazione è quella tra  l’ adozione di un unico modello di riferimento teorico per guidare e monitorare la sua pratica ( ad esempio l’ Analisi Transazionale o la PNL) o la scelta di individuare un suo stile, una sua personale cassetta degli attrezzi di derivazione plurima, da utilizzare in base alle situazioni ed ai contesti in cui sarà chiamato ad offrire il suo servizio di coach.

Il dibattito è aperto rispetto a quale delle due opzioni sia maggiormente correlata all’ efficacia del coaching proposto e alla professionalità dimostrata dal coach nel suo lavoro.

Entrambe le opzioni presentano implicazioni positive ed aspetti di criticità da gestire, si tratta di scegliere tra la profondità della conoscenza di un approccio e la ampiezza di prospettive, approcci e tecniche da usare in modo alternativo nella propria pratica.

Da un lato si potrebbe argomentare infatti che usare tecniche e procedure di una unica scuola di pensiero, abilita il coach ad operare ad una maggiore profondità di comprensione e che la coerenza dell’ approccio permette di sviluppare delle routine nell’esperienza del cliente, in modo che possa lavorare insieme al coach nell’ applicazione del modello. Allo stesso modo si potrebbe argomentare che un approccio basato su un unico modello filosofico teorico sia incompatibile con la varietà delle esigenze e delle capacità di ricezione dei clienti; che un portafoglio più ampio di possibili risposte e metodi da parte del coach permetta una maggiore flessibilità per definire approcci specifici in base ai singoli coachee.

Da quest’ ultima prospettiva i coach che seguono un unico approccio sono inevitabilmente più coach- centrici  (e meno cliente-centrici) , in quanto le assunzioni del coach in riferimento ad un problema ed al processo per attivare una soluzione creano una cornice alle conversazioni di coaching. All’ altro estremo, un eccesso di ampiezza – il conoscere poco di molteplici approcci- può essere altrettanto discutibile qualora il coach sia in grado di usare gli stessi solo ad un livello superficiale.

Non ci sono conclusioni semplici a questo dibattito, ma noi crediamo nel valore di un approccio ben formulato che incorpori uno, due o tre prospettive teoriche le cui assunzioni di base non siano tra loro contrastanti. Questo tipo di solida base filosofica potrebbe rappresentare un passo in una direzione differente rispetto ad altre varie e ben consolidate prospettive sul coaching. Potrebbe infatti consentire  un “eclettismo controllato” in riferimento a tecniche, strumenti e conoscenze che offrono diversi approcci.

Ad un livello più pragmatico, ci sono alcuni suggerimenti per un coach che  desidera sperimentare o utilizzare  tecniche e strumenti mutuati da altre discipline:

  • Utilizza solo quello che conosci dal dentro: prima pratica, se necessario su te stesso
  • Abbine molteplici, in modo da non offrire “una soluzione in cerca di un problema”
  • Esplicita l’ intenzione del coach di utilizzare una determinata tecnica: applicale con il cliente e non sul cliente
  • Osserva e rifletti sulla pratica nell’ utilizzo dello strumento per verificare i risultati e le possibili alternative per migliorare l’efficacia nell’ utilizzarlo

In conclusione, molti esperti di formazione al coaching appaiono concordi nel suggerire ai coach di sviluppare la loro personale “arte del coaching” elaborando un approccio personale ed autenticamente derivante dalla elaborazione delle proprie esperienze ed  apprendimenti. Solo questo approccio può consentire  di ritagliare la propria offerta di servizi sulle specifiche esigenze e caratteristiche del cliente e del contesto in cui si opera.

Ancor più concordi appaiono gli esperti nell’ indicare la self reflective practice e la supervisione come le due leve attraverso le quali i coach possono condurre questo percorso di apprendimento, orientamento e miglioramento continuo.

La prima rappresenta infatti la capacità strutturata e consapevole di riflettere sulla propria pratica per derivarne apprendimenti e miglioramento e deve essere allenata sin dagli inizi del proprio percorso di apprendimento come coach.

La seconda, la supervisione, è invece rappresentata da percorsi in cui il coach viene affiancato da un supervisore anch’esso coach e specializzato in supervisione alla pratica che lo aiuta nel gestire affrontare o rielaborare situazioni critiche.

La supervisione sempre più viene ritenuta una pratica necessaria per coach professionisti, in quanto permette al coach di ampliare la sua consapevolezza e  le sue prospettive in merito al come gestire situazioni critiche o valorizzare le sue buone pratiche[6].

[1]The complete Handbook of coaching,” Bachkirova T., Cox E., Clutterback D. SAGE 2009

[2]L’evoluzione del coaching nelle Organizzazioni”  C. Achilli, E. Del Pianto, S. Dini, R. Montalbano, A. Pane, G. Pappalepore, C. Rizzo, F. Setti; Roma, 3° Congresso Internazionale di Coaching Psychology 2013 (16 &17 Maggio 2013).

[3]The complete Handbook of coaching,” Bachkirova T., Cox E., Clutterback D. SAGE 2009

[4] In base alla Legge 4/ 2013 sulle professioni non ordinistiche,  è stato attivato dal  Ministero dello Sviluppo Economico un tavolo di discussione con le principali associazioni professionali di coaching presenti in Italia per la definizione di standard professionali che abilitino la comparazione tra profili di professionalità e la valutazione ed il monitoraggio  di requisiti di qualità nella erogazione del servizio di coaching.

[5] Per approfondimenti si confrontino i riferimenti bibliografici citati.

[6] Per approfondimenti si vedano le recenti indicazioni delle principali Associazioni del settore (ICF , WABC, ISCP, EMCC) che suggeriscono fortemente ai coach professionisti di attivare costantemente percorsi di supervisione alla pratica e richiedono ai Supervisori di effettuare specifici percorsi di specializzazione e certificazione per offrire consapevolmente ed efficacemente il servizio di supervisione.

Federica Setti

Executive Consultant & Coach
federica.@gmail.com

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